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La conclusione della COP21

La COP 21 è finita il 12 dicembre con l’ Accordo di Parigi. Quest’ultimo è un accordo globale non vincolante che entrerà in vigore dal 2020 se sarà ratificato da almeno 55 Parti, qualora rappresentino almeno il 55% del totale delle emissioni dei gas serra.

L’accordo segna un momento storico importante. Erano in molti, infatti, a non credere che i negoziati avrebbero condotto a un risultato. Le trattative invece sono durate giorno e notte negli ultimi giorni della conferenza, portando ad un compromesso che sul piano politico rappresenta un successo insperato, nonostante gli scettici siano ancora molti.

Gli obiettivi proposti dall’accordo sono molti. Innanzitutto, si mira a mantenere l’aumento della temperatura “bene al di sotto dei 2°C rispetto ai livelli pre-industriali”, che avrebbero comunque un impatto molto forte sull’ambiente. Nel testo si menziona, infatti, la volontà di compiere “sforzi per limitare l’aumento a 1.5°C”, come voluto fortemente dai paesi più colpiti dal fenomeno.

È riconosciuta alle Parti la responsabilità di implementare piani di azione nazionali, che è quantomeno importante poiché gli effetti del cambiamento climatico assumono forma diversa di luogo in luogo, e quindi è solo con un approccio locale che possono essere affrontati efficacemente. I piani dovranno essere riesaminati ogni cinque anni, ma non è stato stabilito un meccanismo di controllo internazionale che ne verifichi la validità o l’implementazione.

Ad essere inserita nell’accordo all’art. 8 è anche la questione dei “Loss and Damage” (nda. perdite e danne), già emersa durante la COP di Varsavia, relativa alle perdite e danni residuali che si verificano nei paesi più vulnerabili nonostante le azioni condotte su adattamento e mitigazione. Ciononostante, non potrà essere una base giuridica cui appellarsi per ottenere una compensazione da parte dei colpevoli storici dei cambiamenti climatici, ovvero i paesi industrializzati.

Il finanziamento previsto per la promozione di attività nella lotta al cambiamento climatico è di 100 miliardi annui, che dovrebbero essere stanziati dai paesi sviluppati. Si tratta di una quota molto al di sopra di quelle finora investite, e che si spera sarà rispettata.

In conclusione, il testo dell’Accordo di Parigi è indubbiamente un risultato ammirabile paragonandolo a quelli precedenti, ma il discorso su come saranno raggiunti tali obiettivi rimane aperto. Saranno indubbiamente necessari cospicui investimenti nell’energia sostenibile, parallelamente ad una diminuzione sostanziale dell’uso di combustibili fossili. Soprattutto, il tempo impiegato per ottenere risultati avrà un ruolo chiave: si dovrà essere imprescindibilmente veloci.

Infine, lo stile di vita della società dei consumi non potrà che essere rivisto, per tracciare un nuovo percorso che ci permetta di garantire un futuro, o la semplice esistenza, delle generazioni a venire.

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