maggio 2017

La Giornata Internazionale dei Peacekeeper delle Nazioni Unite

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Un cucchiaino di storia

Il 29 maggio 1948 la prima missione di peacekeeping dell’ONU denominata ” United Nations Truce Supervision Organization”, o UNTSO, ha iniziato le operazioni in Palestina per monitorare e mantenere il cessate il fuoco, che ha segnato la fine delle ostilità nel conflitto arabo-israeliano.

Per questo motivo, nel 2002, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha definito il 29 maggio come Giornata internazionale dei Peacekeepers delle Nazioni Unite, per rendere omaggio a militari, forze di polizia e personale civile impegnati nel mantenimento della pace e onorare coloro che hanno perso la vita servendo sotto la bandiera delle Nazioni Unite.

Cosa c’è in un nome?

Ciò che chiamiamo rosa anche con un altro nome conserva sempre il suo profumo” (W. Shakespeare)

Come ci ha insegnato Shakespeare, il nome di un oggetto non influenza né il suo significato né la sua essenza, ma ai tempi del poeta le Nazioni Unite non erano ancora state fondate! Solo dal nome dei peacekeeper (in italiano, coloro che mantengono la pace) si può capire la loro missione principale: il mantenimento della pace e della sicurezza! Sono uomini e donne, come te e me, che hanno investito la loro vita per creare le condizioni per una pace duratura.

Sotto l’elmetto

** FILE ** In this Friday, March 14, 2008 file photo released by Albany Associates, a Nigerian soldier with the United Nations-African Union Mission in Darfur (UNAMID) stands guard at a checkpoint to the Mission's Western Sector headquarters, on the outskirts of the state capital of West Darfur, El Geneina, Sudan. Security was hiked around many embassies in Sudan, and some diplomats and aid workers stayed home amid fears of retaliation after the International Criminal Court issued an arrest warrant Wednesday, March 4, 2009 for Sudanese President Omar al-Bashir on charges of war crimes and crimes against humanity in Darfur. (AP Photo/Albany Associates, Stuart Price, File) ** EDITORIAL USE ONLY, NO SALES **

Oggi i caschi blu o i berretti blu sono 113.000 militari, poliziotti e personale civile impegnati in 16 operazioni di peacekeeping in quattro continenti. Sotto quegli elmetti blu c’è professionalità, dedizione, coraggio e forte impegno mirato a proteggere le popolazioni dalle minacce e favorire un ambiente sicuro. Ma queste virtù non sono sempre sufficienti, più di 3.500 peacekeepers hanno perso la loro vita sotto la bandiera delle Nazioni Unite dal 1948, tra cui 117 l’anno scorso.

È per i peacekeepers delle Nazioni Unite,

per le vittime della guerra e delle violazioni dei diritti umani,

e per coloro che vivono in un ambiente pacifico e democratico che non vogliono perdere,

che dobbiamo ricordare che tutti gli sforzi compiuti nel tempo dalle missioni di peacekeeping sono investimenti fondamentali per costruire una pace duratura e che la bandiera delle Nazioni Unite è molto più di un simbolo. Le Nazioni Unite sono state fondate sulla base di principi importanti a livello globale, come la cooperazione internazionale, la non violenza, l’uguaglianza e l’autodeterminazione dei popoli.

23/05/2017: imposizione della legge marziale nelle Filippine

In un Paese, l’approvazione della legge marziale viene sancita dal Capo di Stato che decide di porre alcune aree o l’intera nazione sotto il controllo delle Forza Armate Nazionali. Solitamente, l’imposizione di tale legge comprende, tra le altre cose, il coprifuoco e la sospensione del Codice Civile nazionale e di tutti i diritti civili e diritti umani in generale. Il tipo di violazione più diffusa è quella del principio dell’ “habeas corpus” che, stabilendo l’illegalità della detenzione arbitraria da parte di uno Stato, viene ignorato considerata la natura militare di ogni tribunale.

Il 23 maggio 2017, il Presidente delle Filippine, Rodrigo Duterte, ha imposto la legge marziale nella zona di Mindanao a causa della escalation di conflitti a Marawi City, una zona sotto il controllo del Gruppo Maute. Tale Gruppo è stato fondato dai fratelli Abdullah e Omar Maute nel 2013, è un movimento jihadista ed ha giurato fedeltà all’ISIS nel 2016. L’annuncio di Duterte è giunto da Mosca, da dove ha dichiarato che, nonostante la legge marziale fosse valida solo nell’area di Mindanao, potrebbe essere estesa al resto del Paese per motivi di “sicurezza nazionale”.

Ma chi è davvero Duterte? “The Punisher” è il soprannome che il Time Magazine gli ha attribuito a causa della sua politica di tolleranza zero nei confronti di organizzazioni criminali e per via della cosiddetta “guerra ai signori della droga”. Quest’ultima, infatti, secondo un report di Amnesty International di febbraio 2017 ha portato alla morte più di 7.000 uomini, donne e bambini e nella conclusione viene specificato che “la polizia agisce molto spesso in assenza di prove e coloro che ne soffrono di più sono i poveri e chi vive nelle zone rurali”. Sin dall’ agosto 2016- e lo ha ripetuto in molte occasioni nel 2017- l’ONU ha pubblicamente condannato il numero esponenziale  di omicidi extragiudiziari, accusando Duterte di commettere “crimini contro l’umanità”. A questa accusa il Presidente ha prontamente risposto con la minaccia di ritirarsi dalle Nazioni Unite.

Ad aggravare la situazione purtroppo vi è  la lunga tradizione di imposizione di leggi marziali nella storia delle Filippine. La  prima occasione è stata durante la dominazione spagnola ma, più tardi nei secoli, molti dei presidenti “autoctoni” sembra abbiano apprezzato tale pratica che é stata sfruttata ogni volta che l’opposizione ha preso delle posizioni un po’ più chiare che nel passato. Il governo che viene ricordato con più timore dal popolo filippino è quello di  Ferdinand Marcos, dittatore dal 1965 al 1986, al quale Duterte ha dichiarato di ispirarsi per poter ristabilire l’ordine nella società.

Quindi, come si può facilmente intuire, Duterte più che un’eccezione é una triste prassi della difficile realtà filippina. Purtroppo, attualmente le Filippine non sono l’unico Paese dalla deriva autoritaria, basta pensare alla Turchia di Erdoğan, al Venezuela di Maduro ed agli stessi Stati Uniti di Donald Trump. Considerando il panorama internazionale, si puó dire che negli ultimi tempi l’ interesse principale dei governi nazionali sia stato estendere i propri poteri politico-economici piuttosto che rispettare i diritti umani rendendoli il principio guida delle proprie politiche.

 

Giornata internazionale della diversità biologica: cosa, chi, perché?

Cominciamo con un aforisma di Regina Lopez, ex ministro filippino dell’ambiente: “Chi soffre se uccidi l’ambiente? Sono i poveri“. Partendo da questa prospettiva, oggi, nel Giornata Internazionale della Diversità Biologica, è importante ricordare che la biodiversità copre una vasta gamma di temi, attori ed iniziative.

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Cosa? La biodiversità riguarda le autorità ed i gruppi di interesse nell’ambito di: salute e sviluppo sostenibile; agricoltura sostenibile; energia; condivisione delle conoscenze; resilienza urbana; architettura sostenibile; riduzione del rischio di catastrofi; protezione dei gruppi più vulnerabili della popolazione; sicurezza alimentare, ecc.

Chi? La biodiversità colpisce tutte le parti della popolazione, dalle più vulnerabili fino ai gruppi di interesse, nel Nord e nel Sud del mondo.

Perché? La biodiversità si riferisce alla varietà e alla variabilità della vita sulla Terra. E, in quanto tale, la preoccupazione di tutti è garantire che le nostre azioni e decisioni di oggi non inibiscano le opportunità ed i diritti umani delle generazioni di domani. Infatti, la perdita della biodiversità colpisce negativamente molti aspetti della nostra vita a partire dalla salute umana, passando per l’agricoltura, raggiungendo l’industria.

Siamo qui oggi per ricordarti che Kito Onlus, come organizzazione che ha sempre combattuto per sostenere le parti più vulnerabili della popolazione e per offrire loro gli strumenti per un futuro sostenibile, per minimizzare l’impatto ambientale negativo degli edifici, utilizzare un approccio cosciente all’energia e alla conservazione ecologica, è un modello di buone pratiche in molte delle questioni coperte dalla biodiversità. Controlla la sezione “cosa” e dicci quale di questi campi non fa parte del programma di attività di Kito… Controllato? Beh la risposta è nessuna!

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Open Hospital: i primi mesi dall’implementazione del software!

Come chi ci segue già saprà,  lo scorso anno è iniziata la collaborazione con ‘Informatici senza frontiere Onlus’, i quali hanno creato Open Hospital, un software che ha permesso al personale medico della Kito Health Unit di San Francisco di gestire tutte le attività del centro da gennaio a oggi. Grazie a questo sistema efficiente, da un lato Kito Onlus è riuscita a monitorare a distanza le attività del centro ospedaliero. E dall’altro, anche lo staff sanitario, che aveva ricevuto nel corso del 2016 un training di formazione dall’Ingegnere Paolo Schiavon, volontario di ISF, non ha avuto altro che riscontri positivi dall’utilizzo del software. Open Hospital ha infatti semplificato il lavoro del personale locale permettendo di inserire i pazienti in un registro elettronico in cui sono suddivisi per sesso, età e diagnosi, rendendo così possibile anche distinguere i pazienti che si rivolgono al centro per la prima volta e chi, soddisfatto del servizio ricevuto, ritorna.
Sicuramente vi terremo aggiornati con i futuri avvenimenti ed attività!
Continuate a seguirci!


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